Monolith

Una mamma, un bimbo, un’automobile, il deserto.
La sintesi estrema di Monolith è questa, la combinazione dei quattro elementi.
Prendi una giovane madre, ex-pop star, in viaggio con il piccolo bimbo a cui ha appena regalato una tuta da orso.
Prendi madre e figlio e mettili in un’automobile iper-sicura. L’automobile, la Monolith, costruita per sconfiggere molestie e aggressioni. Fai in modo che madre, figlio e automobile abbandonino la strada principale e imbocchino una backstreet sterrata, nel deserto americano. La madre rimarrà chiusa fuori dall’abitacolo, il bimbo intrappolato dentro. La Monolith è inaccessibile. E il caldo del deserto non perdona.

L’eterno duello tra uomo e macchina.  Un viaggio di fascinazione e timore che dura da sempre. L’ambizione di voler controllare, raggiungere la cima conoscitiva e potersi affidare, lasciando che sia un robot a salvaguardare la nostra vita. Il thriller di Ivan Silvestrini parte da questo ancestrale concetto e combina gli elementi in un crescendo di tensione, in cui, attraverso una ripetitività funzionale, lo spettatore vive sulla propria pelle la fatica di una protagonista che soffre e si sporca. Suggestivo e desolante è lo scenario in cui la Monolith si ferma. Un deserto ostile, fatto di aeroporti abbandonati e cani aggressivi. Un deserto in cui però può scorrere ancora la vita. In cui le grida non muoiono soffocate.

Monolith non è solo narrazione. Si spinge oltre, parla dell’inadeguatezza dell’essere umano. Un’inadeguatezza intesa come genuina fragilità. Monolith è metafora, il Moloch che la giovane protagonista deve affrontare per riscoprirsi donna, e madre. E, senza pretese, parla a tutti gli esseri umani, si rivolge alla schiera di giudici seriali che commentano con distaccato cinismo la cronaca contemporanea. L’essenza è qui, nel raccontare una giovane donna alle prese con la banalità della quotidianità, con gli errori nascosti dietro ogni angolo. Un film sulla responsabilità, capace di descrivere la fatalità del momento, le nostre intime fragilità. Ma proprio nell’imperfezione, si nasconde l’appiglio per la salvezza. Il coraggio e l’imprevedibilità che possono essere soltanto umani. E in quella mano che spinge la macchina nel vuoto è racchiuso il senso profondo dell’umanità.

Voto

♥♥♥½ /♥♥♥♥♥

alessandro venier

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